
- Inizia
- Learn
- Casi clinici
- 3 casi clinici curiosi nell'ambulatorio di nutrizione
3 casi clinici curiosi in ambito nutrizionale
Tre casi clinici reali osservati nella pratica della nutrizione gastroenterologica: celiachia non diagnosticata, falsa sensibilità al glutine dovuta a un'infezione da Giardia intestinalis e SIBO associata al morbo di Crohn. Diagnosi differenziale e approccio nutrizionale.
3 casi clinici curiosi in ambito nutrizionale: quando sintomi simili nascondono diagnosi diverse
In un ambulatorio di nutrizione gastroenterologica è frequente incontrare pazienti che presentano sintomi molto simili tra loro: distensione addominale, flatulenza, disturbi digestivi o alterazioni dell'alvo, sia in termini di frequenza sia di consistenza delle feci.
Tuttavia, sintomi simili non implicano necessariamente la stessa diagnosi. Dietro un quadro digestivo apparentemente comune possono nascondersi patologie molto diverse tra loro, che richiedono percorsi diagnostici e approcci terapeutici differenti.
In questo articolo presentiamo tre casi clinici reali che si sono manifestati inizialmente con sintomi digestivi sovrapponibili, ma che hanno condotto a diagnosi completamente diverse: celiachia, infezione da Giardia intestinalis e proliferazione batterica dell'intestino tenue (SIBO) nel contesto del morbo di Crohn.
Caso clinico 1: anemia sideropenica e grave deficit di folati
Il primo caso riguarda una donna di 20 anni che si è presentata in ambulatorio con sintomi gastrointestinali aspecifici, tra cui distensione addominale, flatulenza, digestione difficoltosa e malessere dopo il consumo di pane, pasta e altri prodotti a base di cereali.
Gli esami ematochimici più recenti evidenziavano una anemia sideropenica associata a un'anemia megaloblastica secondaria a una grave carenza di folati. La paziente non presentava patologie note, non assumeva farmaci in modo continuativo, non fumava e non consumava alcol. La marcata carenza di acido folico risultava particolarmente rilevante, soprattutto considerando che riferiva un'alimentazione varia e apparentemente adeguata. Alla luce dell'associazione tra sintomi digestivi, malassorbimento e anemia, è stato ritenuto opportuno approfondire il sospetto diagnostico di celiachia.

Sono stati richiesti esami sierologici specifici, insieme ad altri parametri nutrizionali e autoimmunitari. I risultati hanno evidenziato valori normali di IgA totali e livelli elevati di anticorpi anti-transglutaminasi tissutale di tipo 2 (tTG-IgA). Inoltre, erano presenti una carenza di vitamina D e valori di vitamina B12 ai limiti inferiori della norma.
Sulla base dei risultati ottenuti, è stata posta diagnosi di celiachia.
L'intervento nutrizionale si è concentrato sull'introduzione di una dieta rigorosamente senza glutine e, nella fase iniziale, su una temporanea riduzione degli alimenti ricchi di FODMAP per favorire il controllo della sintomatologia digestiva.
L'evoluzione clinica è stata molto positiva, con miglioramento sia delle carenze nutrizionali sia dei disturbi intestinali.
Nel corso dei controlli successivi, il lavoro si è focalizzato sulla reintroduzione graduale degli alimenti ricchi di carboidrati fermentabili, sul miglioramento dell'educazione alimentare, sulla corretta lettura delle etichette e sulla prevenzione delle contaminazioni da glutine, soprattutto nei pasti consumati fuori casa.
Questo caso evidenzia come la presenza concomitante di anemia sideropenica, deficit di folati e sintomi digestivi persistenti debba sempre far considerare la celiachia tra le possibili diagnosi.
Caso clinico 2: una falsa sensibilità al glutine non celiaca
Il secondo caso riguarda un uomo di 39 anni, vegetariano, che lamentava distensione addominale, diarrea e scarsa tolleranza a diversi alimenti.
Secondo il paziente, i sintomi comparivano soprattutto dopo il consumo di alimenti contenenti glutine, ma anche dopo l'assunzione di alcuni tipi di frutta, verdura e legumi.
Era inoltre presente un malassorbimento del fruttosio di grado lieve-moderato.
Il paziente si era già sottoposto a gastroscopia con biopsie gastriche e duodenali, risultate nella norma. Anche gli esami per la celiachia erano negativi.
Poiché il paziente sospettava una sensibilità al glutine non celiaca, è stato necessario valutare se i sintomi fossero realmente correlati al glutine oppure ad altri componenti del grano, come i fruttani.
A tale scopo sono stati eseguiti alcuni test dietetici controllati. In una prova è stato utilizzato il seitan, alimento molto ricco di glutine ma povero di carboidrati fermentabili; in un'altra è stata utilizzata pasta bianca, contenente quantità superiori di fruttani.
Il risultato è stato significativo: il seitan non provocava sintomi, mentre la pasta induceva chiaramente la comparsa dei disturbi. Questa osservazione orientava verso un'intolleranza ai carboidrati fermentabili, in particolare ai fruttani, piuttosto che verso una sensibilità specifica al glutine.

È stato quindi avviato un intervento nutrizionale mirato alla riduzione del fruttosio e degli oligosaccaridi fermentabili.
Sebbene si osservasse un miglioramento parziale dei sintomi, la tolleranza alimentare rimaneva insoddisfacente.
Successivamente, gli esami di laboratorio hanno evidenziato eosinofilia, inducendo il sospetto di una possibile parassitosi intestinale. È stato quindi richiesto un esame parassitologico delle feci.
Due campioni su tre sono risultati positivi per Giardia intestinalis, protozoo responsabile di diarrea, malassorbimento e sintomi sovrapponibili a quelli riferiti dal paziente.
Dopo il trattamento con metronidazolo prescritto dal gastroenterologo, la sintomatologia è migliorata progressivamente.
Sebbene il recupero non sia stato immediato, nelle settimane successive la tolleranza verso molti alimenti è aumentata in modo significativo.
Questo caso dimostra come i sintomi associati al consumo di frumento non debbano essere automaticamente attribuiti a una sensibilità al glutine non celiaca.
Prima di giungere a tale diagnosi è fondamentale escludere altre possibili cause, come infezioni intestinali, malassorbimento del fruttosio o intolleranza ai fruttani.
Caso clinico 3: SIBO nel contesto del morbo di Crohn
Il terzo caso riguarda una donna di 42 anni affetta da morbo di Crohn a localizzazione ileocolica.
Dal punto di vista dell'attività infiammatoria la malattia appariva stabile. Tuttavia, la paziente riferiva digestione lenta, progressiva distensione addominale nel corso della giornata e steatorrea.
Durante l'anamnesi è emerso che, in occasione di una precedente riacutizzazione della malattia, era stata sottoposta a una resezione intestinale comprendente la valvola ileocecale.
Questo elemento risultava particolarmente importante.
La valvola ileocecale rappresenta infatti una barriera anatomica tra intestino tenue e colon. La sua assenza aumenta il rischio di migrazione retrograda dei batteri del colon verso l'intestino tenue, favorendo lo sviluppo della SIBO.
Di fronte a tale sospetto è stato consigliato di eseguire un breath test al lattulosio.
In attesa dei risultati, e su richiesta della paziente, è stata impostata una dieta a basso contenuto di FODMAP associata a un'alimentazione senza glutine.
La distensione addominale e la flatulenza sono migliorate parzialmente, mentre la steatorrea persisteva, probabilmente in relazione alla pregressa resezione ileale.
Il breath test è risultato positivo e compatibile con una diagnosi di SIBO.Il gastroenterologo ha quindi prescritto cicli di trattamento con rifaximina associati a probiotici, intervallati da periodi di sospensione.
L'evoluzione è stata favorevole, pur con alcune recidive, evento frequente in presenza di alterazioni anatomiche permanenti come l'assenza della valvola ileocecale.

Al follow-up la paziente non presentava segni di attività del morbo di Crohn né evidenze di SIBO attiva.
Seguiva inoltre un piano alimentare personalizzato caratterizzato da:
- moderata riduzione dell'apporto lipidico per il controllo della steatorrea;
- alimentazione senza glutine per scelta personale;
- utilizzo occasionale di una dieta a basso contenuto di FODMAP nei periodi di maggior distensione addominale.
Questo caso sottolinea l'importanza dell'anamnesi chirurgica nei pazienti affetti da malattie infiammatorie croniche intestinali. In presenza di gonfiore, flatulenza e alterazioni digestive, la SIBO deve essere sempre inclusa nella diagnosi differenziale, soprattutto nei soggetti sottoposti a resezione ileocecale.
Conclusioni: cosa ci insegnano questi tre casi clinici
Il principale insegnamento di questi casi è che sintomi gastrointestinali molto simili possono avere origini completamente diverse.
Distensione addominale, flatulenza, diarrea, stitichezza e dispepsia possono essere manifestazioni comuni a numerose condizioni, tra cui la celiachia, la sensibilità al glutine non celiaca, il malassorbimento del fruttosio, l'infezione da Giardia intestinalis, la SIBO e le malattie infiammatorie croniche intestinali.
Per questo motivo, prima di eliminare il glutine o intraprendere regimi alimentari restrittivi a lungo termine, è fondamentale effettuare una valutazione diagnostica completa e accurata.
L'intervento nutrizionale rappresenta uno strumento fondamentale nella gestione di questi pazienti, ma deve sempre basarsi su un'attenta anamnesi clinica, sulla corretta interpretazione degli esami diagnostici e sulla stretta collaborazione con il gastroenterologo.
Potrebbe interessarti anche...

Manipolazione dei FODMAP per i sintomi gastrointestinali associati all’esercizio fisico: un approccio basato sulla gravità
Per saperne di più: FODMAP per i sintomi gastrointestinali associati all'attività fisica
Glutine nei neonati: le raccomandazioni ESPGHAN 2024
Per saperne di più: Il glutine nei neonati: raccomandazioni ESPGHAN 2024
Celiachia pediatrica: dieta senza glutine e qualità di vita
Per saperne di più: Celiachia pediatrica: dieta senza glutine e qualità di vita
Fonti
Dietista-Nutricionista
